Martedì 5 dicembre

Ti guardo

ti guardo

Regia di Lorenzo Vigas. Con Alfredo CastroLuis SilvaJericó MontillaCatherina CardozoMarcos Moreno. Titolo originale Desde allà.

durata 93 min. – Venezuela, Messico 2015. .

Qualcuno la chiama già la new wave del cinema latinoamericano. In effetti, la visione di “Ti guardo” (Desde allà) conferma la capacità di porre l’attenzione sui nodi che la società continuamente rimuove, nasconde e censura.  Per Lorenzo Vigas, l’ombra da esplorare è la solitudine umana e le cause che la generano di volta in volta, di persona, in personaQuesta indagine artistica è poi calata in un contesto geografico e sociale ben preciso. Quello della città di Caracas in Venezuela.

Non è un caso che Vigas abbia scelto un paese fortemente segnato da disuguaglianze sociali ed economiche, per costruire una storia dove l’amore per se stessi e per gli altri, è ostacolato dal pregiudizio di una società omofobica e da alcuni presunti traumi infantili. Con Caracas, Vigas può facilmente giocare; dividendone lo spazio urbano rigidamente tra la caratterizzazione di un ambiente borghese, che appartiene al personaggio di Armando (Alfredo Castro) e quello al contrario popolare e degradato di Elder (Luis Silva). Poi, dopo aver descritto la lontananza tra due mondi, fa in modo che essi si avvicinino, e ci illude – come in una tradizionale storia d’amore – che essa possa essere infranta dal rapporto, forse paterno, forse sensuale, tra i due uomini.
Ma è un percorso lineare fallace, disturbante nel proprio epilogo, e senza speranza alcuna. Del resto, per raccontare due caratteri diversi, quello sanguigno del giovane Elder, e quello maggiormente pacato e impenetrabile di Armando, il regista ha a disposizione l’esordiente Luis Silva e il talento immenso di Alfredo Castro. Ed è soprattutto l’impenetrabilità di Armando (Alfredo Castro) a risultare il perno del racconto. Specialmente quando racconta un isolamento umano privo di possibilità di redenzione, che resiste anche alla vecchia idea dei rapporti umani capaci di abbattere muri di classe e di disperazione.
Il mondo di Vigas invece è assolutamente negativo in questo senso. E nel corso del film mostra piano piano il sorriso triste e tutta la crudeltà lucida di un adulto, un figlio forse a propria volta abbandonato, che continua a produrre sofferenza nella generazione successiva di uomini, e che infine non vuole essere toccato nell’animo da nessuna forma di amore o relazione.

Le riprese di “Ti guardo”, durate 9 settimane, si sono tenute a Caracas e mostrano ogni angolo della città, dai quartieri ricchi ai sobborghi poveri di Caricuao, passando per La Candelaria, la zona in cui vive Armando. Mentre giravo, non ho mai imposto che si bloccassero le strade: desideravo filmare la vita vera e i ritmi di ogni giorno senza censura alcuna.

A fare da sfondo alla vicenda è il Venezuela, nazione che a causa della crisi sociale ed economica è andata incontro a numerosi cambiamenti. Il divario sociale tra ricchi e poveri è divenuto enorme. Sebbene attratto dal denaro, ben presto Elder sviluppa un’attrazione emotiva (e fisica) con cui deve confrontarsi: il suo è un paese molto maschilista e l’omosessualità rappresenta ancora qualcosa da isolare.

 

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Martedì 28 novembre

Un mondo fragile

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Regia di César Augusto Acevedo.

Titolo originale La tierra y la sombraDrammatico, durata 97 min. – Colombia, Francia, Paesi Bassi 2015.

Scarno, spoglio nell’immagine, nei personaggi, nel dialogo, nei mezzi cinematografici ed economici, quanto poetico, tragico e amaro nel portare senza infingimenti lo sguardo sotto la cenere della vita e della storia.

Una nonna, una madre, un padre gravemente malato di enfisema polmonare, un bambino dentro una disadorna e isolata casupola: poi torna da lontano, da chissà dove anche il nonno. Torna per tentare di salvare il figlio. Questo è il film colombiano, ambientato in una zona di coltivazione della canna da zucchero, tra super sfruttamento dei tagliatori e grandi roghi continui delle zone rasate, con pioggia costante, asfissiante il respiro, oscurante la luce di detriti e cenere. Questa l’ombra, la sombra, che grava senza speranza sulla terra.

Una critica vertiginosa della realtà che non è urlata, ma neanche propriamente detta: è solo mostrata attraverso l’economia massima delle immagini e delle parole. Un’angoscia straziante ti assale per quel bambino, senza gioie, giochi, giustizia sotto quel cielo di cenere e quella tierra della desolazione.

Un mondo fragile, con il minimo dei mezzi espressivi riesce a porre una radicale critica, senza conciliazione, a questa nostra realtà storica, con appena un minuscolo, incerto barlume di speranza nel finale. Acevedo restituisce un volto del presente a quell’origine del cinema che dalla radice amara della realtà sa estrarre autentico senso poetico-esistenziale. Glielo restituisce perché non lo smarrisca e anzi continui a tracciare il sentiero del suo futuro.

Film intimo proveniente dall’intimo delle esperienze dell’autore, frutto di dolori familiari, rielaborazione di un iniziale progetto autobiografico, disperato ritratto intriso di sentimento di un popolo rurale (s)perduto, abbandonato a sé stesso – ritratto che coglie e fissa in maniera paritetica un sentimento che è anche il nostro –, interrogazione con piccoli tocchi sapienti sull’identità popolare e umana tout court, analisi sottile dei meccanismi familiari e delle sue disfunzioni, Un mondo fragile, unendo attori professionisti e non professionisti in maniera perfetta, fuori campo mette insieme due povertà che la globalizzazione ha messo le une contro le altre: poveri dei paesi poveri e poveri dei paesi ricchi. E lo fa in modo tutt’altro che fragile.

di Riccardo Tavani

Un mondo fragile ha il patrocinio dell’Associazione Slow Food Italia. “Il pianeta malato ha bisogno che ce ne prendiamo cura e che rimettiamo al centro l’uomo e la natura, sacrificando lo sfruttamento della terra e la speculazione”, ha detto Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. “Il film è ambientato in Colombia ma le vicende che narra potrebbero benissimo avvenire in Italia o ovunque nel mondo”.

Martedì 21 novembre

Infanzia clandestina

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Regia di Benjamín Ávila. Con Natalia OreiroErnesto AlterioCésar TroncosoCristina BanegasTeo Gutiérrez Moreno Durata 112 min. – Spagna, ArgentinaBrasile 2012

La Storia ad altezza di bambino

Il regista argentino Benjamin Avila riporta l’ultima dittatura militare argentina ad altezza bambino raccontando ciò che avviene a tanti ragazzini nati in quell’epoca e costretti a fare una doppia vita nella speranza di non morire o perdere i propri cari. La grafica dei disegni da una parte, il realismo magico dall’altra e la fedele ricostruzione di una dinamica famigliare attraversata dall’affetto ma comunque estremamente difficile, convergono per ricreare un quadro molto lucido e toccante di una vicenda realmente vissuta da molti(troppi). Ancora una volta il cinema al servizio della storia che valica i meri intenti artistici per farsi opera della memoria ,a testimonianza e onore di chi quella tragica pagina l’ha vissuta davvero.

Benjamin Avila porta al cinema una storia autobiografica, la stessa storia che lui e tanti bambini come lui hanno vissuto nell’Argentina dell’ultima dittatura militare, ovvero tra il 1976 e il 1983. Nello stesso tempo, però, nel dirigere Infanzia Clandestina Avila sceglie di scrollarsi di dosso una linea prettamente autobiografica per narrare invece la vita controversa nell’Argentina di quegli anni attraverso gli occhi di un’altra storia, ispirata a vicende reali ma libera dal fardello della ricostruzione storica e personale. In questo modo la storia di Benjamin Avila muta e si fonde in quella di Juan (ribattezzato Ernesto), dodicenne che vivrà sulla propria pelle il trauma di una vita doppia, diviso tra il dovere di obbedire alla clandestinità impostagli dagli amati genitori e la volontà di farsi trasportare dalla voglia di vivere e di libertà di norma accordate a un qualsiasi dodicenne. Il contrasto e la frizione tra questi due stati e queste due pulsioni è il leitmotiv dell’intero film, anche se poi Avila mitiga quest’aspetto descrivendo anche momenti di estrema gioia, tenerezza, unione famigliare. Un affetto che permea tutto il film e che muove la vita di Juan, anche nella tenerezza con cui il bambino si occuperà e proteggerà la sorellina più piccola e indifesa, o nella dolcezza con cui si rapporterà allo zio Beto, ai suoi occhi grande dispensatore di buoni consigli. Una storia che si annuncia tragica sin dalle prime sequenze con l’assassinio di Juan Peron e che Avila riesce ad addolcire nella sua parte più cruenta (attraverso i bellissimi disegni che rimpiazzano le scene più crude) e ad amplificare invece nei momenti più belli (i rallenty usati per sottolineare le immagini che maggiormente influenzeranno l’infanzia del piccolo Juan). Un equilibrio perfetto che il regista argentino trova celando la crudezza della dittatura, delle morti e dei desaparecidos dietro al gioco di specchi di un adolescente come tanti alle prese con un mondo molto più complesso dei suoi dodici anni. Micro e macro storia convergono così in un ritratto più che mai lucido e toccante, sospeso tra la brutalità di un’epoca storica e la poesia di una stagione umana.

Infanzia clandestina è imperniato su un dilemma onnipresente: per combattere un regime si può soffocare un’infanzia? Sulla domanda complessa, sull’impalpabilità del dubbio si innesta tutta la pellicola, giocata principalmente su una dialettica non riconciliata tra l’occhio di Juan e i dialoghi dei genitori: l’adolescenza che si dibatte contro il rigore politico che la soffoca. I riti dei grandi sono smascherati in una sequenza centrale: la ripresa onirica del funerale dei bambini, che ripetono la liturgia rivoluzionaria degli adulti mettendola in dubbio, isolandone il volto ridicolo e paradossale. A chi spetta l’ultima parola? Nel finale Juan non è più Ernesto ma scandisce il suo nome vero, a preconizzare l’inizio di una nuova vita, finalmente “normale”, riappropriandosi di sé lontano da lacrime e pistole.

Martedì 14 novembre

La memoria dell’acqua

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di Patricio Guzmán.

Titolo originale El Botón De NácarDocumentariodurata 82 min. – Cile, Francia, Spagna 2015. uscita 2016

 

Forse La memoria dellacqua non avrebbe bisogno di una recensione, tanto è chiara la sua tesi, limpido il suo percorso, didascalica la sua voce. Quella di Guzmán è una lezione di etica storica: il 74enne regista cileno guida lo spettatore con la sua voce over lungo la storia del suo Paese, il Cile, ne indaga il rimosso, costruisce un discorso a tappe progressive, in cui ogni passaggio è figlio di quello precedente, ogni percorso un pezzo della traiettoria che porta al punto in cui la fine coincide con l’inizio, in una circolarità del tempo e del destino che è come una gabbia. 

Guzmán parte da un goccia d’acqua racchiusa in un blocco di quarzo antico tremila anni, rinvenuto nel deserto dell’Atacama: un reperto che racchiude l’anima del Cile, pietra e acqua, deserto e oceano, catene montuose e costa. Uno di questi elementi, però – e da qui parte l’indagine documentaria – è stato rimosso dall’evoluzione storica del Paese: l’acqua, la cui perdita come fonte di vita, di lavoro e di identità è per Guzmán una colpa ineliminabile.

La memoria dellacqua è un film sull’elaborazione di una colpa commessa dall’uomo bianco, che in nome della conquista ha sterminato le popolazioni del sud Cile: pescatori, vogatori, nomadi che sapevano sopravvivere a uno dei climi più rigidi della Terra e affrontare a bordo di minuscole canoe la furia dell’oceano. Oggi quelle cinque popolazioni indie sono quasi scomparse, la loro lingua ridotta a un insieme di suoni incomprensibili, i loro rappresentati civilizzati ma ancora capaci di ricordare, raccontare, tradurre parole e concetti dall’idioma bianco.

A partire da quel crimine rimosso, per Guzmán l’intera storia cilena è una forma di negazione: il Cile stesso, dice il regista, ha la costa marittima più lunga del mondo, 4270 km, ma nessuna tradizione marittima, ha una forma verticale, stretta e lunga, e proprio per questo non può quasi mai essere raffigurato per intero ma spezzato in tre cartine affiancate. Da qui il sillogismo per cui il Cile, quasi letteralmente, non ha una visione complessiva di sé, non si vede e dunque non si conosce… Un paese verticale, piatto e allungato come se fosse orizzontale.

La memoria dellacqua, in tutta la sua evidenza, è una seduta di autocoscienza, la ricerca di una colpa e una responsabilità comuni attraverso eventi storici e memorie private legati fra loro: lo sterminio delle popolazioni indie a partire almeno dal 1883, la storia vera (poi romanzata) di Button, l’indio che vendette la propria terra per un bottone, andò a Londra per diventare un bianco e tornò nella sua isola completamente sradicato e poi, ancora, un ricordo personale dello stesso Guzmán, che nelle stesse acque dove sorge l’isola che fu di Button, un giorno d’estate vide un suo amico sparire fra le onde. E ovviamente, poi, come sempre nel cinema del regista cileno, il dolore più forte, quello personale e di una generazione intera, la tragedia dei desaparecidos e dei prigionieri del regime di Pinochet, con le parole degli uomini e delle donne imprigionati per mesi o anni ancora su quella stessa isola e, soprattutto, con i resti sottomarini delle vittime dei famigerati voli della morte (un bottone di perla, come indica il titolo originale, El boton de nácar: un bottone rimasto attaccato a una traversina usata per appesantire i corpi, nelle acque di quell’oceano diede tanto al popolo cileno e ha finito poi per trasformarsi nel suo cimitero…)

Tutto torna, nel ragionamento di Guzmán: il destino individuale e collettivo, le colpe della colonizzazione e della dittatura, le responsabilità storiche e ambientali. Il suo film è sì didascalico, ma nel senso nobile del termine, cioè onesto, preciso e per una volta necessario. Perché non esiste altra cinematografia al mondo che sappia ragionare sulla storia e l’identità del proprio Paese come quella cilena, non per ultimo con il cinema di Larraín. Ma Guzmán è di un’altra generazione, Guzman può permettersi la limpidezza di un chiaro di luna, la semplicità di un cinema che trova nelle proprie immagini un residuo di quella chiarezza ideologica che, in realtà, la Storia ha sempre negato.

Roberto Manassero cineforum

Martedì 7 novembre

Il cittadino illustrel'uomo illustre

di  Regia di Gastón DupratMariano Cohn.

Con Oscar MartínezDady BrievaAndrea FrigerioBelén ChavanneNora Navas.

durata 118 min. – Argentina, Spagna 2016.

 

El Ciudadano Ilustre, storia di uno scrittore argentino premio Nobel che torna nel paese natale 40 anni dopo averlo abbandonato, è un film basato su coppie di opposizioni: la realtà e la finzione; l’Europa e l’Argentina; la metropoli e la provincia; la cultura e l’ignoranza; il passato e il presente; l’arte e la vita; l’amore e l’odio; la commedia e il dramma. Non a caso, forse, a dirigerlo sono stati in due: Gastón Duprat e Mariano Cohn. Quando infatti Daniel Mantovani, fresco di un Nobel accettato con polemica, e refrattario a ogni impegno pubblico, accetta di tornare nel paesino che gli ha dato i natali e che gli vuole conferire un’onorificenza, quel paesino che è stato ispirazione per tutti i suoi romanzi, dovrà scontrarsi con un mondo oramai lontanissimo dal suo, che aveva rinnegato per tenersi dentro con la scrittura, che abbraccia con un misto di nostalgia e fastidio e che lo accoglie prima a braccia aperte, e poi mostra un risentimento più che malcelato.

Piccolo film dai grandi risultati, El Ciudadano Ilustre è una commedia divertentissima, con due o tre scene davvero esilaranti, che non deborda mai nella farsa; così come, quando è il caso di essere seri, non esagera scivolando nella retorica, nel patetismo o nella pesantezza. Supportato da un cast in grandissima forma, a partire dal protagonista Oscar Martinez, il film di Duprat e Cohn naviga sull’onda potente e stabile di un copione curatissimo, tanto negli intrecci quanto nei dialoghi, che lascia gradualmente infiltrare, tra una battuta e una situazione paradossale, il germe di un ragionamento mai banale né semplicistico sul rapporto con il proprio passato e sulle dinamiche della produzione artistica.

Nel film che lo racconta, il protagonista trova modo di parlare e parlarci del rapporto tra etica e arte, tra cultura e politica (con un breve monologo che dovrebbero ascoltare i tanti questuanti di casa nostra), soprattutto del rapporto mai completamente risolto, e per questo fecondo, tra quello che c’è di vero e di reale in una creazione e quando invece sia unicamente frutto di fantasia e ispirazione. Un rapporto, forse, evidenziato anche da una scelta fotografica bizzarra e un po’ spiazzante, e che si risolve gordianamente nel più ovvio dei modi: accettandolo senza ansia di distinzione.
Perché tutto è doppio, tutto è binario, tutto ha due facce. E accettarlo è l’unico modo per cogliere il tutto della vita.

Cohn e Duprat hanno realizzato un film in cui una volta tanto il viaggio di ritorno nella terra natia per chi ne vive lontano, non è una riscoperta delle proprie radici, o meglio lo è ma con la conferma che quelle radici erano marce, inservibili e da recidere ed è giusto che si sia scappati da quei luoghi. È quello che ha fatto Mantovani definitivamente e senza rimpianti.

Coming Soon

 

 

 

La gabbia dorata – La Jaula de Oro

Un film di Diego Quemada-Diez. Con Brandon LópezRodolfo DominguezKaren MartínezCarlos ChajonRamón Medína.

Drammatico,durata 102 min. – Messico 2013.

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La gabbia dorata, possente debutto al lungometraggio di Diego Quemada-Diez, un giovane cineasta spagnolo che si è fatto le ossa come assistente di Ken Loach e in ruoli di contorno nel cinema hollywoodiano, e che per anni ha perseguito un sogno: raccontare una storia sulle centinaia di migliaia di persone che quotidianamente salgono sui tetti dei treni merci che attraversano il continente latino-americano, per sfuggire a una vita di miseria, in cerca di una speranza nella terra delle opportunità, gli Stati Uniti.

Sono tutte storie vere, rese ancora più forti e toccanti dalla poesia che si sprigiona dai volti e dalle voci degli adolescenti protagonisti, le cui avventure lo spettatore segue col fiato in gola, immedesimandosi in un dramma che in televisione lo tocca solo il tempo necessario per fargli esprimere la propria indignazione sui social media, prima di passare ad altro. In questo senso Quemada-Diez ha appreso e superato la lezione del suo maestro Ken Loach, togliendo alla sua narrazione qualsiasi sovrastruttura ideologica e coinvolgendosi/ci da essere umano, invece che politico e intellettuale.

Il sogno di una vita migliore finisce per molti nella realtà di un’orribile fabbrica per la lavorazione delle carni, ma la cosa veramente importante è partire, perché, se “l’emigrazione è legge di natura” ( la frase del vescovo missionario Giovanni Battista Scalabrini, apposta dal regista a suggello del film), opporvisi spezzerà solo la cresta dell’onda ma non fermerà la marea. Il viaggio, qualunque ne sia l’esito, è una scelta di vita, contrapposta alla morte sicura dell’anima e del corpo.

Molto notevole davvero il film di Diego Quemada-Diez. Spagnolo trasferitosi negli Stati Uniti, forte di esperienze – alla fotografia – con Loach per Terra e libertà, con González Iñarritu per 21 grammi, con Fernando Meireles per The Constant Gardener. Qui al primo film. Ci pare di precipitare nel passato remoto oppure in una di quelle fantasie su un futuro miserabile e repellente che vanno tanto di moda. Invece siamo nell’ordinaria amministrazione del sogno di riscatto che tanti giovani provenienti dalla miseria di Guatemala e Honduras, Nicaragua e Salvador coltivano salendo clandestinamente su un treno merci che, dopo aver attraversato tutto il Messico, li conduca all’impenetrabile frontiera Usa, da varcare con ogni mezzo. Ma sono pochissimi ad arrivare, e a riuscirci. Juan, Samuel e Sara (travestita da maschio) ci provano con Chauk, indio del Chiapas messicano che non parla spagnolo. Ma uno solo di loro arriverà alla fine.

 Marco Chiani

La Repubblica, 7 novembre 2013

Martedì 24 ottobre

IL VIAGGIO

Regia Fernando Ezequiel Solanas

Con Dominique SandaMarc Berman, Walter Quiroz, Ricardo Bartis

Titolo originale El viaje

durata 116 min. – Argentina 1992

 

 

 

Angariato in un (grottesco) collegio di Ushuaia (la città più australe del mondo, nella punta più estrema della Terra del Fuoco in Patagonia); afflitto da un rapporto difficile con una madre divorziata e risposata; deluso da una relazione sentimentale che non ha molto futuro, il giovane Martìn Nunca decide di chiudere del tutto con quello che la vita gli ha riservato fino ad allora.L’idea che ha in testa è di tentare di raggiungere il padre, che di mestiere fa il disegnatore di fumetti, e che lui non vede da anni. 

Prepara tutto quello di cui ha bisogno, monta in bicicletta e parte. La sua piccola, grande odissea si trasforma ben presto in un viaggio di iniziazione e formazione, attraverso un continente/mondo come può esserlo solo (forse) il Sudamerica, abitato da meticci, creoli, neri, indios e i diseredati di sempre, e ricco di storie incredibili e paesaggi spettacolari. 

Martìn ritroverà le tracce dello storico genocidio di quelle genti dopo la conquista spagnola (avvenuta nei primi decenni del ‘500) e di quello economico-culturale del ‘900 (preludio di quello che sarebbe poi toccato a tanti paesi nel mondo). 

Più maturo e sicuro di sé grazie a tutte le persone incontrate e alle esperienze fatte durante il lungo viaggio compiuto, Martìn decide infine di tornare a casa…

Il film è tanto un viaggio nel mondo quanto interiore, e dunque attorno al cuore, alla carne, ai nervi e alle ossa di quel continente, oltre che un diario di bordo che attraversa le mille anime del Sudamerica come le tragedie e le dittature che hanno afflitto quei paesi (a cui viene dato un ritratto tanto grottesco quanto impietoso), sia quelle più arroganti e orribilmente, sfacciatamente dichiarate, che quelle più ambigue, subdole, con una loro indefinibile maschera parlamentare (e il regista, da sempre impegnato in tal senso, è ben deciso a mettere alla berlina le classi dirigenti argentine e a denunciare esplicitamente le loro responsabilità).

Fernando Solanas omaggia anche la cultura dei fumetti di stampo latino, l’historieta, oltre che la musica argentina, e per questo poema all’insegna dell’eccesso, si è infatti servito di due strumenti supplementari: le tavole a colori del maestro del fumetto Alberto Breccia (con un sentito omaggio a Héctor Oesterheld, il grande sceneggiatore argentino ucciso con i suoi familiari durante la durissima dittatura militare di Jorge Rafael Videla), e la meravigliosa colonna sonora, di cui è anche coautore, realizzata da Astor Piazzolla – a cui il film è dedicato – ed Egberto Gismonti.

Un viaggio ed un film (costato 3 anni di lavoro) a suo modo geniale, visionario, che sa di metafora, allegoria e satira nello stesso momento e dove epica, barocco, grottesco, fantastico e infine realtà si mescolano e si confondono, come spesso accade anche nella vita di tutti i giorni, talmente è intrisa di verità, menzogne, gioie, dolori, simboli, disillusioni e quant’altro.

Rassegna Cinematografica

Que Viva Latino America